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Il Cardinale Vicario e Fr. Alois di Taizé alla veglia della Caritas: “Un tempo di luce e di grazia”

taize laterano«Abbiamo bisogno di coraggio per andare verso gli altri, verso i più poveri. Scopriremo che hanno qualcosa da dirci, che ci aiuteranno ad accettare le nostre debolezze». Il priore della Comunità di Taizé frère Alois Löser ha invitato gli operatori della carità romani radunati nella basilica di San Giovanni in Laterano, ieri, giovedì 6 aprile, ad avere il coraggio di incontrare i più deboli. Ad ascoltarlo, durante la veglia organizzata dalla Caritas diocesana in occasione della Settimana della carità, giovani e adulti in rappresentanza delle diverse realtà del volontariato. Alcuni di loro si sono rannicchiati davanti all’altare. Poco più avanti i frati della comunità, seduti attorno al cardinale vicario Agostino Vallini, che ha presieduto il momento di preghiera, come a voler disegnare un abbraccio simbolico circondato dalla luce delle candele poggiate per terra. Accanto all’altare due icone giunte da Taizé: a destra “Gesù e l’amico”, a sinistra il crocifisso durante l’anno conservato nella chiesa di Campitelli.
Letture, preghiere e alcune testimonianze hanno scandito i diversi momenti della veglia dedicata al tema “Misericordia ricevuta, misericordia donata”. Prima, l’intervento del direttore della Caritas diocesana monsignor Enrico Feroci: «Siamo qui per presentare il dolore e la sofferenza di tante persone che portiamo dentro il nostro cuore – ha detto -. La Chiesa di Roma implora l’amore e la misericordia di Dio per dare forza a quegli uomini che tendono le loro mani ai fratelli. Vogliamo diventare portatori di misericordia». Poi, il racconto di chi, grazie all’accoglienza dei volontari e delle parrocchie, è riuscito a costruirsi una vita nuova in un Paese che non è quello di origine.
Ayham, 12 anni, stringendo il microfono tra le mani ha raccontato, al fianco della madre, la sua storia. È arrivato a Roma dalla Siria nel 2013, dall’ottobre dello scorso anno con l’aiuto della parrocchia di San Fedele vive in un alloggio. Frequenta la scuola media e parla un italiano corretto: «Qui adesso mi sento a casa». Anche Fatima, capelli biondi e viso macchiato da lacrime e mascara, ha raccontato il suo percorso di integrazione in Italia. Ha poco più di trent’anni ed è arrivata nella Capitale dal sud della Russia tre anni fa con sua figlia. Grazie al progetto “Step by step” ha trovato un lavoro come operatrice sociale in un centro di accoglienza per migranti e richiedenti asilo. Da settembre dello scorso anno le è stata assegnata una casa. Oggi ringrazia la Caritas «per l’accoglienza e la capacità di ascolto».
Dopo la lettura del brano del Vangelo di Luca dedicato alla parabola della pecora smarrita, una preghiera per le vittime della guerra, per gli anziani e gli ammalati, per chi si impegna a costruire la pace. E, poi, un pensiero ai profughi e alle vittime della carestia in Africa. A seguire, la meditazione di frère Alois: «Da un anno, interpellati da Papa Francesco, cerchiamo di capire meglio cosa significhi la misericordia di Dio – ha esordito -. Gesù vuole farci capire che la tenerezza di Dio è per ciascuno, soprattutto per quelli che si sono allontanati da lui o che sono stati feriti nel loro corpo o nel loro cuore dagli eventi dell’esistenza – spiega citando la parabola della pecora smarrita -. Una delle gioie più liberatrici sta nel saperci perdonati e perdonare a nostra volta. Qui troviamo la sorgente della pace interiore». Frère Alois ha spiegato inoltre che per avvicinarsi ai più fragili non bisogna possedere molte ricchezze: «Quando andiamo verso i più poveri anche con le mani vuote ci è donata la gioia. Possono aiutarci a entrare in una più grande intimità con Gesù». Come, ad esempio, può verificarsi con l’accoglienza ai migranti.
La comunità di Taizé ospita due famiglie cristiane dell’Iraq e una famiglia siriana musulmana, oltre a gruppi di uomini provenienti da Sudan, Eritrea e Afghanistan. «Gli europei potranno costruire tutti i muri che vorranno, ma in ogni caso i migranti entreranno nel nostro continente – ha aggiunto il priore -. Le manifestazioni di inquietudine non scoraggeranno dal lasciare il loro Paese coloro che conoscono situazioni di intollerabile miseria. Creare contatti personali con loro permette di superare pregiudizi; allora può nascere uno spirito di fratellanza».
Prima della benedizione finale e della preghiera attorno alla croce, il cardinale Vallini ha dedicato un pensiero a «quanti nella nostra grande città stanno male, sono inquieti per tanti motivi, perché forse il cuore non ha la forza o la luce della fede e della carità. E allora ci si chiude, ci si intristisce, si diventa cupi e sconfortati fino a ricorrere alle espressioni più tragiche del rifiuto della vita». A loro ha rivolto l’invito a non abituarsi «a sentire queste tragiche conclusioni di morte. Bisogna reagire con la misericordia donata».

8 aprile 2017
Ultima modifica il Sabato, 08 Aprile 2017 15:56
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