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Un tesoro che non ci appartiene

commento 05-11-17Un volto appassionato per i piccoli, i deboli, i fragili quello di Gesù, ma altrettanto duro nei confronti di chi si erge a sostituto di Dio a forza di dottrina e di morale staccandole dal cuore e dalla vita, luoghi della sua gratuita rivelazione. Come un giorno fece con Pietro Gesù ci riporta al giusto posto, dietro a lui, non avanti a lui. Così la Chiesa può diventare “scandalo” quando si sostituisce all’unico Maestro e separa la parola dall’azione, il dire dal fare. Più ci sentiamo vicini a Dio difendendolo con ostinazione, costruendo una siepe intorno a lui, e più siamo vicini a noi stessi alle nostre aggressività e invidie.  Monito sempre nuovo quello di Gesù e tentazione sempre in agguato per i suoi discepoli. Egli conosce la nostra debolezza e fatica, sa che siamo vasi fragilissimi custodi di un tesoro che non ci appartiene. Ritornano nel rimprovero del Maestro di Nazareth agli Scribi e ai Farisei, detentori della “sapienza” legale e cultuale, le tre prove da lui subite all’inizio del ministero messianico: Il potere, l’avere l’apparire. I Vangeli ci ricordano che la parola di Gesù affascina perché non è doppia ma fa quel che dice. Egli ha sconfitto così in partenza il “divisore” che inganna gli uomini di Dio sulla doppiezza del volto e del cuore. Il Signore chiede dunque, ai discepoli di ogni tempo la trasparenza che si oppone all’ipocrisia, mentre  si fa con noi pellegrino di umanità alla ricerca di un cuore indiviso. Ecco allora la stravaganza dell’insegnamento in parabole che in queste domeniche abbiamo appreso dalle sue stesse labbra. Il Dio degli Scribi e dei Farisei ragiona come noi legati alla giustizia distributiva, al merito,  per questo ci sta bene! Ma non è il Dio di Gesù Cristo: “Che fa sorgere il suo sole sui giusti e sugli ingiusti”. Quando separiamo l’uomo da Dio che è la sua origine ed il suo fine, ci perdiamo nei labirinti delle cose da fare per tenerlo buono; nel culto che soddisfa più i nostri desideri che i suoi sogni. Gesù non rimprovera la fatica di chi non riesce a vivere in pienezza il sogno evangelico, ma l'ipocrisia di chi neppure si avvia verso l'ideale, di chi neanche comincia un cammino, e tuttavia vuole apparire giusto. “Non siamo al mondo per essere immacolati, ma per essere incamminati; non per essere perfetti ma per iniziare percorsi”. Così egli chiede alla sua Chiesa meno indicatori di strade e più compagni di viaggio. Si cammina insieme verso la meta, fermandosi quando è necessario, adeguandosi al passo dell’altro, offrendo a volte  il silenzio invece delle soluzioni immediate.  Non ci sono cattedre per questo, ma la sua mano misericordiosa e affidabile che ci raccoglie come “un bimbo svezzato in braccio a sua madre”.
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