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Tra generosità e paura

commento 19-11-17Dio tesse la fiducia nella nostra umanità come quella donna che mischia lana e lino per coprire il corpo dei poveri. L’Altissimo sarà la sua ricompensa, e lei lo sa. La Sapienza, quella vera, ha mani operose che non si occupano di sé ma di altri. L’Intelligenza coltiva il cuore e  si misura con il dono gratuito. E’ quello che l’odierna parabola riassume nel talento, immagine di tutti i doni possibili lasciati in eredità da questo Dio itinerante. Non per tutti uguali, ma garantiti a tutti nella giusta misura: “secondo le capacità di ciascuno”.  Come se questo racconto di Gesù che fa appello alla sapienza del cuore in ogni tempo, ci permetta di fare il viaggio dalla paura alla generosità, dal contratto alla gratuità, dall’egoismo all’affidabilità. Un viaggio, il nostro, compiuto nell’attesa del suo ritorno.  Più che appartenere a me, i talenti  mi dicono chi sono, su quale strada mi pone il Signore ogni giorno, come realizzo nello scorrere del tempo la fiducia nella sua venuta. I talenti non sono le cose che faccio, ma gli incontri possibili che mi aiutano a stendere le mani per tessere con delicatezza e creatività i tratti della mia esistenza e quella del prossimo. A ciascuno tocca il compito di mettere ordine tra le fila dell’umano perché come in un panno grezzo, dopo la fatica della tessitura apparentemente confusa, appaia il volto del Signore e del fratello. E come tutte le parabole l’ascoltatore è condotto a misurarsi con la resa dei conti che non è calcolatrice ma liberatrice. Su risultati diversi nelle nostre logiche, avremmo promosso chi produce di più. Ma lo strano Signore dei talenti gratifica ed elogia allo stesso modo le differenze di produzione. In effetti: “Non c'è una tirannia o un capitalismo della quantità, perché le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative. Occorre solo sincerità del cuore e fedeltà a se stessi, per dare alla vita il meglio di ciò che possiamo dare” (E. Ronchi). L’accento è ancora posto sul “Signore” della parabola che stupisce con il suo agire. Non vuole indietro i suoi doni, ma li rimette nelle mani dei servi, manifestando così la sua grandezza di cuore ed affidabilità. Ma la parabola si chiude con il rovescio dei tratti di questo “Signore” che affida, restituisce e gioisce. C’è chi coltiva il sospetto su di lui e scava buche per nascondersi dalla sua presenza. L’immagine falsata trasmessa dal terzo servo, non fa altro che proiettare sul Signore veniente l’idolo della competizione che di lui coltiviamo nel nostro intimo: duro esigente e triste. Atteggiamento perdente perché l’inciampo della paura ci lascia così come siamo. Ma si può avere paura di Dio che ti affida il mondo e ti chiede di scriverne con lui la storia? A volte abbiamo paura di cercare la verità di Dio in noi perche ne siamo sconvolti e allora lo addomestichiamo, lo imprigioniamo nella teologia e nel culto scavandogli la fossa. Il talento tolto e comunque in qualche modo riconsegnato ci deve far pensare.
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