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Servitori guariti

commento 04-02-18La casa di Pietro è divenuta una sorta di “ospedale da campo”, ma Gesù non stabilisce in un punto soltanto la sua azione salvifica. C’è un “altrove” da raggiungere che spiazza le attese dei discepoli. Gesù nel suo ministero messianico si presenta come un “senza fissa dimora”, ben consapevole che la sua presenza è l’unica abitazione dell’uomo diviso ed errante. Anche noi siamo chiamati a seguire il giovane Rabbi di Nazareth in questo “altrove” del sabato pur breve di Cafarnao. Riconoscendo la durezza del duro servizio che l’uomo è chiamato a vivere nello scorrere del tempo, con Giobbe nostro fratello nel dolore e nella sofferenza innocente, noi affermiamo che un “altrove” è possibile, che la libertà dei figli di Dio la gustiamo quando annunciamo e serviamo  “gratuitamente il Vangelo”. Paolo lo sa che tale annunzio non è sua iniziativa, ma la spinta del cuore perché nel dono a lui affidato risuoni la voce di Gesù. Così, mentre i giorni dell’umano “scorrono più veloci di una spola”, il Signore che si è fatto servo di tutti nel suo Figlio, ci riempie del soffio vitale dello Spirito. Calchiamo le orme del Signore che passa in mezzo all’umano soffrire  e s’immerge nella lunga notte per risorge a vita nuova portando con sé la nostra fragile umanità. L’incontro con Gesù avviene nella quotidianità, dove la gente vive, soffre, lavora, celebra. Il passaggio introduttivo dell’odierna pagina del Vangelo, offre questa indicazione: Gesù passa dalla Sinagoga alla casa, portando in sé la parola e l’azione potente di Dio, dove gli uomini vivono prigionieri del loro limite e della loro malattia, ma anche dove condividono profonde relazioni umane. Così il segno miracoloso non è solo un atto straordinario, ma l’agire quotidiano di Dio nella storia dell’umanità. In questo modo l’Evangelista riferisce che la gente apprende “la nuova dottrina” insegnata con autorevolezza: Gesù è il profeta taumaturgo che trasmette la presenza di Dio con la sua stessa vita. L’impotenza di fronte alla malattia e alla morte paralizza non solo il malato, ma anche coloro che vi sono accanto. Le guarigioni di Gesù, d’altro canto, hanno questo potere; non solo il singolo è partecipe della liberazione dal male, ma anche chi sostiene la sua fragilità condivide quel dono. In effetti, nella casa di Pietro, e nella guarigione della suocera - per certi versi un “miracolo insignificante”- la comunità riconosce se stessa, continuamente visitata e guarita dal suo Signore perché possa servire con libertà. E’ la Chiesa, che confessando le sue ferite e sperimentando il suo limite, si rialza e passa a servire i fratelli nei quali riconosce il Signore. I verbi “alzarsi” e “servire” sono verbi pasquali ed eucaristici. Partecipare della diaconia di Cristo significa condividere la sua passione e resurrezione. Gesù accetta per sé questo gesto femminile del servizio che le donne del vangelo compiranno in vista della sua sepoltura. In questo modo, il giovane Rabbi di Nazareth, capovolge la prassi rabbinica del tempo, che non permetteva alle donne di toccare i maestri della legge d’Israele. Egli in questo modo afferma che il servizio sarà la forma della nuova legge e la condizione per riconoscere i figli di Dio. Se la giornata di Gesù a Cafarnao sta per finire non terminerà il giorno del Figlio di Dio. Egli è la luce del mondo colui che sconfigge le tenebre del maligno. Il tramonto nell’immaginario richiama la morte. Al tramonto Israele celebra la Pasqua e la liberazione dalla schiavitù di Faraone. Anche nella prassi e nel simbolismo liturgica della Chiesa il tramonto rappresenta il “luogo” del male, il regno del potere di Satana: il divisore. Gesù opera nonostante la presenza del maligno, anzi come abbiamo ascoltato domenica scorsa, sono i posseduti dagli “spiriti impuri” i primi testimoni della sua identità messianica.  Il Maestro di Nazareth si fa carico del male dell’uomo e la sua potenza guaritrice si manifesta nell’impotenza del servo. E’ questo il senso del verbo “curare”. Quella di Gesù non è una terapia momentanea. Egli è venuto a riscattare l’uomo dal maligno restituendogli la vita eterna. L’ingresso in quel tramonto carico di dolore davanti alla porta della città degli uomini, anticipa l’entrata nella morte del Figlio di Dio. I segni miracolosi sui molti, annunziano la salvezza per tutti. Anche noi abbiamo bisogno di passare da quella “notte” per essere guariti e da quella “porta” per essere sanati. Questa “Pasqua” del discepolo che segue in tutto il suo Maestro, ci riporta alla giusta misure del Vangelo.

Davide Carbonaro
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