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Toccati da Dio

commento 11-02-18La preghiera! Originale grido che ha sede nel fondo del cuore umano. Essa si coniuga con il desiderio. E come ogni desiderio, ha per oggetto qualcosa di cui siamo privi, che rimane fuori di noi, altro da noi. Pregando sperimentiamo la condizione della nostra fragilità, della nostra «precarietà». Pregare significa: «dipendere dalla volontà di un Altro». Accostando la vita dei santi, che ci raccontano e incarnano il Vangelo, percepiamo che la loro esperienza orante ci consegna nella trama dell’esistenza la profondità della loro fede. Affermava il teologo ebreo Abraham Heschel: «Diverse sono le lingue delle preghiere, ma le lacrime sono le stesse». Nella compassione di Cristo, nella sua divina-umanità, incontriamo ogni umano pregare. La preghiera cristiana porta in sé le tracce della divina-umanità perché vocazione divina e risposta umana s’incontrano nell’incessante dialogo di Gesù che, rivolto nel seno del Padre muove il «gemito inesprimibile» dello Spirito nel cuore umano . Cogliendo l’invito dell’Apostolo Paolo a farsi imitatori di Cristo ripartiamo anche noi dallo scarto, dagli esclusi, dagli invisibili delle nostre città, allo scopo di darci l’opportunità di incontrare il Signore e di vivere in comunione con lui. In tal modo prolunghiamo il miracolo di Gesù che non è “la pubblicità alla sua causa” ma la continuazione della sua missione per mezzo della quale la Chiesa incontra ed accoglie quanti sono aggrediti dal male e deturpati nella loro dignità. Così l’odierna pagina evangelica ci presenta la domanda orante dell’anonimo lebbroso. Senza nome e senza volto, ma riconoscibilissimo dalla sua voce che si fa supplica umile e coraggiosa nella quale riconosciamo le nostre voci: “se tu vuoi puoi guarirmi!”. Ad un piccolo “se”, ad una fragile speranza, è attaccato il suo ed il nostro desiderio di vita. La risposta di Gesù è forte, autorevole, coinvolgente: “lo voglio!”. L’infermo poteva solo gridare il suo male e quanti l’ascoltavano, avevano l’obbligo di scappare dalla sua presenza. La pelle che si consuma, la “sepoltura” fuori della città, l’impossibilità di prendere parte al culto, è la morte della persona in vita! Gesù è lì cosciente di inaugurare un duello che lo porterà fuori le mura di Gerusalemme piagato, denudato, ferito, abbandonato, deriso, crocifisso e l’ultima parola non sarà quella della morte, ma della vita. Non ci si salva da soli e nella solitudine, l’ardita richiesta dell’uomo piagato senza nome e senza volto, dice la verità su di lui e su di noi. Lo voglio, ribatte Gesù al lebbroso, vivi! Lo voglio, dice Gesù a me oggi vivi! Perché io sono la vita. Il lebbroso chiedeva di essere purificato, mentre Gesù sa che cosa c’è nel cuore dell’uomo egli conosce il suo bisogno profondo di vita, di relazione autentica con Dio, con se stesso e con gli altri. La domanda del lebbroso porta in sé questo desiderio e la risposta di Gesù lo realizza in pieno, restituendo l’uomo a sé e ristabilendo il suo diritto di esistere.
Davide Carbonaro 
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