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Il Vicario ai preti del Settore Centro: “Portatori di una gioia sorgiva”

settHa parlato dell’identità del “prete in uscita”, il Vicario di Roma S.E. Mons. Angelo De Donatis ai pastori del Settore Centro della Diocesi di Roma Giovedì 15 marzo. Ci prepariamo a riflettere con Papa Francesco, ha affermato “sull’identità del Presbitero a Roma, per essere credibili, portatori della buona notizia, portatori non di una gioia superficiale ma sorgiva, diversa da quella reattiva che si moltiplica all’infinito. La gioia sorgiva è quella che prova Gesù quando esulta nello Spirito”. Tale gioia, ha proseguito il Vicario di Roma, permette all’evangelizzatore di portare il lieto annuncio e spesso si sposa con la sofferenza”. Inoltre , ha ricordato che, prima del Concilio Vaticano II, la figura sacerdotale aveva una sua identità ben definita era “l'uomo del sacro”. “Stimato per il potere di consacrare il corpo del Signore”. La riscoperta del sacerdozio comune e della chiamata universale alla santità, ha ricondotto la figura del sacerdote nell’ambito del “servizio e della leadership”. Tale situazione piuttosto inedita provoca un “disagio” a riguardo dell’identità presbiterale. In effetti: “Se uno serve si suppone che non eserciti il comando”. D’altro canto la teologia del sacerdozio cede al rischio della “idealizzazione” tendendo “più al fare che all’essere”. Infine, l’estensione del concetto di “ministerialità”, pone il rischio di “essere deprezzati” con la tentazione del ritorno alla “nostalgia dei tempi passati”. Quale via di uscita? Occorre ritornare a quella immagine di sacerdote che scaturisce della Lettera agli Ebrei, ha sottolineato l’Arcivescovo de Donatis. Il testo biblico presenta: “Una santità che non separa il presbitero dagli altri. Una visione di santità che accoglie in Cristo ciò che in noi sa di peccaminoso”. Così il presbitero assomigliando al suo Signore: “Esce portando il suo obbrobrio”, egli che nel suo sacerdozio è “prolungamento di Cristo verso l’umanità”. Cosicché se la leadership stride con l'idea di servizio: “perché dal leader ci si aspetta che sia competente, coraggioso, valutabile in termini di successo e risultati”, il modello della Lettera agli Ebrei, presenta un sacerdozio che non gioca tra il “dominio e il fallimento”. “Preti come Gesù vuol dire essere disposti a fare il primo passo che porta all'offerta del perdono o a chiedere il perdono”. Vivere questo stile prepara a “sperimentare la solitudine” come quella di Gesù che “attira tutti a sé”. Si tratta di un “primo passo verso la vulnerabilità lasciando cadere le maschere della competenza”. Davanti al perfezionismo idealizzato ha concluso De Donatis: “Ogni comunità cristiana è un simbolo difettoso di quello che aspiriamo: il Regno di Dio. Questo ci fa pensare al fallimento dell'ultima cena che Gesù ha voluto offrire come segno del regno futuro”.


16 marzo 2018
Ultima modifica il Domenica, 18 Marzo 2018 17:32
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