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Rimanete in me

commento 29-04-18L’annotazione che l’autore di Atti riporta a riguardo della “Chiesa che era dovunque in pace” mi sorprende dopo il racconto delle trame e dei sospetti su Paolo che veniva temuto dai fratelli di Gerusalemme, e a buona ragione, ostacolato dai greci che cercavano di ucciderlo. Ma che pace viveva la Chiesa? Non certo quella dei compromessi, ma quella del Risorto che prende per mano come fa Barnaba con Paolo e sconfigge ogni ostacolo con l’autorevolezza della Parola: “Predicava apertamente nel nome del Signore”. Questo vale anche per la Chiesa del nostro tempo, nonostante le fatiche, le persecuzioni, gli scandali, occorre rimanere aggrappati non all’istituzione che passa, ma alla Parola che resta come guida sicura e garanzia di Salvezza. A volte come Paolo la Chiesa è quel tralcio potato che deve essere innestato in Cristo per avere vigore e portare frutto. Questo rassicura il cuore che non ci rimprovera nulla se camminiamo nella piena fiducia in Dio osservando la sua Parola. Quante volte sentiamo che la crisi colpisce chi vive insieme dopo un po’ di tempo perché la noia, o l’immobilità della relazione preclude ogni dimensione di apertura e creatività. Conflitti, anoressia delle emozioni, la stessa autosufficienza, chiudono la strada alla fecondità del mondo relazionale. Così, nel nostro tempo in cui riemergono paure per le differenze, per lo straniero, per diversità culturali e tradizionali, la “comunione” diventa atteggiamento quanto mai attuale e profetico. Gesù segnala attraverso l’immagine della vite, la feconda proposta del “rimanere” che fonda la comunione dei discepoli con il Maestro e fra di loro. Il rimando all’Eucaristia e al mistero della consegna del Maestro di Nazareth, è evidente. In effetti, vite e tralci rappresentano il segno di una forte unità purché gli uni rimangono attaccati all’altra che è all’origine della vitalità e fecondità. Così l’immagine motiva l’insistenza sul verbo “rimanere” che ritorna volentieri sulle labbra di Gesù; richiamo all’unità, mentre i discepoli faranno esperienza della dispersione e confusione (Cf. Gv 18,8-9). L’uso figurato della vigna rimanda al linguaggio sponsale dell’Antico Testamento e alla benedizione divina dei tempi messianici. “Io sono la vite, voi i tralci”. L’immagine ricalca il mistero dell’incarnazione: il vignaiolo si fa vite, il Verbo si fa carne, il Creatore accoglie in sé la creatura. Dio in me! (Cf Gv 1,14). Sta qui la forza del verbo rimanere-dimorare. D’altro canto è Gesù che detta le condizioni per il dimorare del discepolo: “Rimanere nell’amore e osservare i comandamenti”. E’ l’amore concreto con il quale egli ci ha amati per primo e sino alla fine.

Davide Carbonaro
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