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La scalata dell’amore

commento 06-05-18Pietro si rende conto man mano che sperimenta l’evento pasquale, che l’amore di Dio, la sua giustizia come canta il salmista non è per pochi, ma per tutti. Ed è dentro questo “spazio” di gioia e gratitudine che la Chiesa riconosce l’azione dello Spirito il quale fa proprie tutte le razze, tutte le lingue, tutte le diversità. E’ quanto Paolo esprimerà affermando con profonda franchezza: “Siamo uno in Cristo”. L’uomo del nostro tempo spesso chiuso nel suo isolamento non sa domandare per sé e per gli altri. Ritorna nel discorso di Gesù l’insistenza sulla domanda (Cf. Gv 14,13-14) che è frutto maturo del rimanere-dimorare. Il Padre sa già ciò di cui abbiamo bisogno, ma ascolta volentieri la nostra voce in quella del Figlio nel quale siamo uniti come i tralci alla vite. Nel Figlio siamo destinatari ed eredi di tutti i beni che possiamo domandare o sperare. Il Padre di Gesù Cristo attende la nostra preghiera la conformità, l’ assenso a quanto ci vuole donare. In fondo, non siamo noi a chiedere, è Dio che ci chiede di amarlo e ci lascia liberi di realizzare in noi il suo amore. Domandare ci fa uscire da noi e permette di andare incontro all’Altro, si tratta del primo gradino per sperimentare l’amore. Così la preghiera del cristiano è una scala per raggiungere il cuore di Dio ed il cuore del fratello. Spesso si fatica, come in ogni ascesa, perché appesantiti dal fardello del pregiudizio, dalle oscure presunzioni che non rendono trasparente l’amore e lo impigliano in tante insicurezze e fragilità. E’ la voce di Gesù che solleva in alto la nostra domanda rinnovandola con la linfa vitale del suo amore. In questo percorso il discepolo riflette la gloria del Figlio che è la stessa gloria del Padre e realizza in modo maturo le parole e le opere di Gesù nella sua esistenza. La via dell’amore è la strada per diventare discepoli e portare frutto in abbondanza. Nella notte della cena pasquale Gesù afferma con le parole e i fatti che è lui la vera misura dell’amore: «amatevi come io vi ho amato» (Gv 15,12). Non possiamo essere noi la misura di noi stessi, ne confondere l’amore vero con i sentimenti e le emozioni che spesso stravolgono il cuore dell’uomo. Gesù si è rivestito del nostro modo di amare e chiama i suoi discepoli: «miei amici» (Gv 15,14). Egli condivide tutto di noi compresa la consegna della vita in una morte ingiusta. Nell’offerta libera di sé sta il vertice dell’amore. Cosicché la traduzione più efficace del verbo amare, è dare. Egli ha dato la sua vita per gli amici (Cf. Gv 15,13) paradossalmente per coloro che lo tradiscono e abbandonano. Nel dare, l’amore diventa visibile, concreto, attraente; a volte incomprensibile, perché non conforme alla logica e all’attesa dell’uomo. Nell’offerta di sé i discepoli d’ogni tempo consegneranno al mondo il frutto maturo della loro intimità con il Maestro, l’Amico, lo Sposo. In effetti, l’amicizia vera ci pone su un piano di parità e di corresponsabilità per sé e per gli altri. Rispondendo con la nostra sincera adesione all’amore divino siamo trasformati nell’amato. Le nostre comunità saranno sempre più feconde e visibili se manifesteranno tra le pieghe della quotidianità la consapevolezza di essere continuamente generate da un amore redento che a sua volta redime. Se saranno capaci di guardare l’altro negli occhi e dirgli almeno ti voglio bene! desidero il tuo bene! Accogliendo e valorizzando ciò che è e ciò che ha. Così la Chiesa ritorna volentieri nella notte pasquale che inaugurò la scuola del discepolato ed insegna ancora oggi ad apprendere l’irrinunciabile lezione dell’intima e vitale relazione di Gesù con i suoi amici.

Davide Carbonaro

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