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Una carezza per tutti

commento 22-07-18C’e una stanchezza che ristora il cuore. Ad inviare tra le pieghe e le piaghe di quella terra che rifiuta i profeti e li uccide, è stato proprio Gesù. E li invia mentre la testa del Battista cade sotto la scure del potere arrogante e malvagio di un venduto Erode. Tornano stanchi, ma pieni di gioia, bisognosi di congiungersi alla sorgente del loro “mandante” per raccontare. Raccontare di loro o di quanto Dio ha operato per mezzo di loro? Questo non lo sappiamo, ma Gesù che conosce il cuore umano chiede loro di venire in disparte. Stanchi siamo quando abbiamo esaurito le risorse del cuore e non riusciamo più ad essere amanti e amabili. Innalziamo con facilità i “muri di separazione” fermandoci dentro l’insaziabile “inimicizia” che paralizza. Quella parola “riposo” un pio ebreo la conosce bene. E’ l’obbligo fatto a chi rispetta il “riposo di Dio” dopo la fatica della creazione. Sta all’origine del “Sabato” di cui Gesù proclama esserne signore. Già, perché il riposo non è solo uno spazio sociale o cultuale. Le parole di Gesù riportate da Marco inaugurano un nuovo spazio di intimità con il Signore, se vogliamo un culto nuovo nel quale i discepoli di ogni tempo sono chiamati a stare. Quel risposo e quella sosta che Gesù richiede scaturiscono dal suo sguardo compassionevole nei confronti della nostra umana fragilità. Non è forse all’origine della nostra Eucarestia domenicale? In essa sostiamo dalle fatiche dei giorni per incontrare Cristo nostra Pasqua, raccontare la sua storia che diventa viva nella nostra e sentire il dono della sua presenza. Per un momento i discepoli avevano assaporato il fascino di stare sulla cresta dell’onda, ma quando questa si schianta sulla spiaggia c’è bisogno di chi ti accoglie e contiene l’esuberanza del fai da te. Il rischio è di essere risucchiato dall’onda. Hanno bisogno di riposare gli apostoli (i mandati) e Gesù li rimette in barca alla ricerca di un luogo deserto, senza sapere che quel luogo è lui. Li seguono, non li mollano; quegli uomini nonostante il loro messaggio strano. Vanno cercati, seguiti. Allora, con tutta quella gente con quell’andirivieni di folla, di bisogni, di lacrime, il deserto non è più deserto. Che fare? Imparare da Gesù, dalla sua pancia. Marco lo dice: le sue viscere si muovono di compassione. Senza questa compassione tutto ci pesa, gli altri sono un ostacolo, sentiamo i morsi della fame che alimenta il nostro egoismo. Prima i miei bisogni o le loro necessità? Il Dio di Gesù si rivela e comporta come una madre: c’è spazio per tutti, c’è una carezza per tutti, c’è pane per tutti.

Davide Carbonaro
Ultima modifica il Sabato, 21 Luglio 2018 16:30
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