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Dio esperto di impasti

commento 05-08-18E’ un pane che interroga quello che sazia la nostra fame terrena. Quel pane dato ai padri nel deserto oltre a soddisfare la fame per ogni giorno, riempie il cuore del popolo gravato dalla solitudine, dalla paura della morte, dall’abbandono. Sono tutte sensazioni e sfide che il cuore umano prova nel suo pellegrinare sulla terra. Sarà il profeta Osea che secoli dopo richiamerà quel nutrimento nel deserto rivelando le intenzioni di paternità che Dio ebbe nei confronti dei suoi figli: Li ho nutriti e li ho portati alla mia guancia. E’ su questa linea della paternità divina, nutriente e carica di affetto, che Gesù spiega la questione del pane offerto alla folla affamata e stanca. Se da una parte l’uomo cerca il divino per saziare i propri bisogni, Dio cerca l’uomo per donargli se stesso. Una nuova economia Gesù rivela ai suoi discepoli e alle folle che accalcano le porte della Sinagoga di Cafarnao. Ed è appunto nella Sinagoga luogo della Parola viva che Gesù spiega il significato di quel Pane vivo che discende dal cielo. Non c’è alcun pane che sazia l’uomo se non quello della sua Parola ed è Gesù la Parola fatta carne, il pane vivo che il Padre ha mandato per i suoi figli. Egli comincia a spezzare loro quel “segno messianico” che muove le folle da una parte all’altra del lago, ma che non è ancora del tutto compreso, se non come risposta ai propri bisogni umani: “In verità voi mi cercate perché avete mangiato pane a sazietà”. In fondo, è sottaciuta un’altra domanda: “Perché mi cercate”, o meglio quella che apre l’avvio dell’intero evangelo giovanneo: “Chi cercate?”. Eccolo il nostro Dio, il Padre di Gesù, Dio esperto di impasti: che mischia la terra all’acqua e crea l’uomo, modella l’argilla del vaso rovinato e ne fa uno più bello, dal fiore della farina si fa pane di vita per l’uomo affamato che cerca. Il Padre di Gesù impasta, ma non confonde. Non è possibile mettere sullo stesso piano il suo regno con i poteri umani, il pane della libertà con quello della schiavitù. “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Continuiamo a ripetere quella sua preghiera che è il ritornello delle nostre eucarestie. Quella sera prima di morire sulla tovaglia nella cena con gli amici, si accorse che era rimasta una porzione di pane, forse quella che gli ebrei nascondono sotto la tovaglia durante la cena pasquale. E si impastò con essa, mischiò in essa la sua vita: “questo è il mio corpo” per essere sempre con noi.


Davide Carbonaro
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