2026

Beati: la santità è una strada aperta a tutti

Beati: la santità è una strada aperta a tutti

C'è qualcosa di sorprendente nel Vangelo di questa solennità. Gesù sale sul monte, si siede e comincia a parlare. E la prima parola che pronuncia è: «Beati».

È una parola che tutti desideriamo sentirci rivolgere. Ciascuno vorrebbe poter dire della propria vita: è una vita riuscita, una vita buona, una vita felice. Ma quando Gesù comincia a indicare chi sono i beati, ci accorgiamo che i suoi criteri non coincidono con i nostri.

Beati i poveri in spirito, quelli che sono nel pianto, i miti, coloro che hanno fame e sete della giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace e i perseguitati. Come si fa a chiamare beata una persona che piange, che subisce un'ingiustizia o che viene perseguitata? Gesù non dichiara buona la sofferenza, non ci chiede di cercare il dolore o di rassegnarci davanti al male. Non proclama beata la sofferenza, ma coloro che, anche nella sofferenza, non sono abbandonati da Dio.

Questo cambia il nostro modo di guardare la vita. Noi pensiamo spesso che una persona sia felice quando non le manca nulla e può contare sulle proprie forze. Gesù, invece, comincia dai poveri in spirito, da coloro che sanno di non bastare a sé stessi e rimangono aperti a Dio. Riconoscono di aver bisogno di essere salvati e che il Regno non si conquista, ma si accoglie. Le altre Beatitudini descrivono i segni di questa apertura: il mite non si lascia dominare dalla violenza, chi ha fame e sete della giustizia non si abitua al male, il misericordioso non permette che il male ricevuto diventi l'unica misura delle proprie relazioni.

Ma le Beatitudini non sono soltanto un elenco di virtù da raggiungere. Sono anzitutto il volto di Gesù. È lui il povero in spirito, che vive affidato al Padre; il mite, che non risponde alla violenza con la violenza; il misericordioso, che si avvicina ai peccatori e ai sofferenti. È lui che rimane fedele al Padre fino alla croce. Le Beatitudini ci mostrano, dunque, la vita di Gesù e ci invitano a percorrere la sua stessa strada.

Il libro dell'Apocalisse, ci fa intravedere dove conduce questo cammino. Giovanni contempla una moltitudine immensa, proveniente da ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Sono coloro che «sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell'Agnello». Non hanno attraversato una vita senza ferite. Al centro di questa immagine non c'è la loro capacità di resistere, ma l'Agnello. È Cristo che li ha purificati, è la sua Pasqua che ha aperto loro la strada. La loro santità è il frutto della sua grazia.

Anche la Prima lettera di Giovanni ci ricorda il fondamento di questa speranza: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!». Siamo già figli di Dio, ma, come scrive Giovanni, «ciò che saremo non è stato ancora rivelato». La santità è il cammino attraverso il quale siamo chiamati a diventare sempre più somiglianti a Cristo.

Oggi, allora, non celebriamo i santi come persone lontane dalla nostra esperienza, ma come uomini e donne che hanno lasciato entrare Dio nella propria vita. Le loro storie sono diverse, ma tutte ci ricordano che la santità non è riservata a pochi cristiani eccezionali: è la vocazione di ogni battezzato.

La loro testimonianza ci invita a guardare anche alla nostra vita. Non è detto che una vita sia fallita perché attraversa una prova o non raggiunge i risultati sperati. La domanda decisiva è se stiamo imparando a viverla con Cristo: se sappiamo affidarci a lui nelle nostre povertà, se conserviamo la fame e la sete della giustizia, se sappiamo scegliere la misericordia e costruire la pace.

I santi ci ricordano che questa strada è possibile. Non perché siano stati perfetti, ma perché hanno lasciato che Cristo abitasse la loro vita. È la stessa strada che oggi si apre davanti a ciascuno di noi.