2026
Quando l’attesa si fa lunga
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C'è una differenza tra cominciare un'attesa e saperla custodire nel tempo. All'inizio tutto sembra più semplice: abbiamo un desiderio, una promessa, una meta verso cui camminare. Ma che cosa accade quando il tempo passa e ciò che aspettiamo non arriva?
È la situazione che Gesù racconta nella parabola delle dieci vergini. Tutte aspettano lo sposo, tutte hanno una lampada e tutte, alla fine, si addormentano. Ma quando nel cuore della notte si sente il grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!», emerge una differenza decisiva. Alcune hanno con sé una riserva d'olio, altre no.
Gesù non distingue tra chi è riuscito a rimanere sveglio e chi si è addormentato. La stanchezza appartiene a tutte. La differenza sta nell'essersi preparate ad affrontare un'attesa più lunga del previsto. Le vergini stolte avevano preparato l'inizio, ma non avevano pensato alla durata.
Anche noi possiamo vivere così la fede. Ci sono momenti nei quali credere è più facile: quando sentiamo vicina la presenza di Dio, quando la preghiera ci consola, quando le cose sembrano andare nella direzione desiderata. Ma ci sono anche tempi nei quali Dio sembra tardare, le risposte non arrivano e l'entusiasmo iniziale si affievolisce. È allora che si comprende se la nostra fede è soltanto una decisione presa un tempo oppure una relazione che continuiamo a custodire.
L'olio della parabola ci richiama a ciò che alimenta questa relazione. Non si può improvvisare all'ultimo momento e non si può chiedere in prestito. Possiamo essere aiutati dalla fede degli altri, sostenuti dalla comunità e accompagnati nella preghiera, ma nessuno può rispondere al Signore al posto nostro. La fede si condivide, ma ciascuno è chiamato a vivere personalmente la propria relazione con Dio.
Questa relazione si nutre nelle scelte quotidiane: nell'ascolto della Parola, nella preghiera, nei sacramenti e nella carità. Non si tratta di accumulare pratiche religiose, ma di non lasciare che la nostra vita con il Signore si riduca lentamente a un'abitudine. Possiamo conservare la lampada e dimenticare ciò che dovrebbe alimentarla.
Ma su che cosa si fonda la nostra capacità di continuare ad attendere, soprattutto quando il tempo si allunga e la fatica rischia di spegnere il desiderio? Non sulla nostra capacità di essere sempre forti o fedeli, ma sulla promessa di Cristo. È proprio questo che san Paolo ci ricorda nella seconda lettura: «Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti». Noi attendiamo qualcuno che ha attraversato la morte e l'ha vinta. Il nostro futuro non è affidato all'incertezza, ma alla promessa della risurrezione.
Tutte le vergini si addormentano, ma non tutte sono pronte ad accogliere lo sposo. La differenza non sta nell'aver evitato la notte, ma nell'aver custodito ciò che permette di attraversarla.
Forse anche noi rischiamo di abituarci al ritardo dello sposo, fino a non aspettarlo più davvero. Continuiamo a vivere, a pregare, a conservare le forme della fede, ma senza lasciare che l'incontro con il Signore orienti ancora le nostre scelte.
Quando Dio sembra tardare, che cosa alimenta la nostra lampada? Stiamo ancora aspettando il Signore, oppure viviamo soltanto della luce di una fede accesa nel passato?